Dove sta andando la fotografia.

night-25

foto del friggitore

Se un tempo, prima di poter vedere il risultato dello scatto, si doveva aspettare il tempo di sviluppo, oggi abbiamo la possibilità di vedere la nostra fotografia l’esatto isante successivo allo scatto.

Zygmunt Bauman (in un’intervista al El Pais): “La questione dell’identità è stata trasformata in qualcosa a cui è stato dato un compito: è necessario creare la tua comunità. Ma non si crea una comunità, o ce l’hai o no; ciò che i social network possono creare è un sostituto. La differenza tra la comunità e la rete è che si appartiene alla comunità, ma la rete appartiene a voi. È possibile aggiungere amici e eliminarli, è possibile controllare le persone con cui siamo legati. La gente si sente un po’ meglio, perché la solitudine è la grande minaccia in questi tempi di individualizzazione.”

Di pari passo il discorso della fotografia, ci stiamo sommergendo di immagini e di fotografie scattate ad ogni istante della nostra vita, per poi condividerle immediatamente, come se la nostra identità non esistesse se non ci fosse quella fotografia, ma lasciando da parte il valore di quella immagine, una sorta di cartellino timbrato dalla colazione alla cena, dall’alzata alla nanna.

Ogni foto serve a documentare la presenza nel qui ed ora, alla ricerca spasmodica e innaturale del vano e superficiale apprezzamento di qualche elemento della cerchia del social network su cui pubblico. La tendenza a pubblicare ogni istante nella speranza di raggiungere la fama: più persone seguono i miei attimi più acquisto notorietà.

Nell’evoluzione della ricerca di fama entrano in campo i selfie, atti autocelebrativi del proprio ego, diversi dagli autoritratti, visti e studiati negli ambiti fotografici, qui viene modificato il gesto: l’atto è diverso, diventa la prova dell’esistenza, subito condivisa e passata.

Se prima la fotografia rimaneva a documentare il tempo ai posteri, ora diviene istantanea a documentazione per i prossimi minuti, dimenticata nei tempi più lunghi. Ma se davvero non è cambiata la sua natura originale, nei decenni a venire avremo immense moli di immagini inutili e di difficile interpretazione.  “Senza neanche rendercene conto, stiamo gettando tutti i nostri dati in quello che rischia di diventare un buco nero dell’informazione […] Nel nostro zelo, presi dall’entusiasmo per la digitalizzazione, convertiamo in digitale le nostre fotografie pensando che così le faremo durare più a lungo, ma in realtà potrebbe venir fuori che ci sbagliavamo. Il mio consiglio è: se ci sono foto a cui davvero tenete, createne delle copie fisiche. Stampatele” (Vint Cerf, numero 2 di Google).

 

Leave a Comment