Questo sistema

A me i falsi e gli ipocriti mi fanno ridere. Perché si lanciano in profondi e iracondi soliloqui verso gli stessi che poi andranno a leccare profondamente, come un succulento cono gelato in un’estate sí torrida, nel vano desío di poter ungere, a mo’ di scarpetta, il proprio tozzo di pane nel pentolone dell’effemiratezza, della gloria e della fama riflessa. Quasi a dire, ho le sue stesse mutande. E, d’un tratto, coloro i quali erano degli inutili e alquanto sopravvalutati esseri buoni solo a vendere biancheria, diventano li più incredibili e d’eccezione artisti contemporanei. 

Ma questa non colpa de lor ipocriti, ne dei vati eletti a pollici alti sui social che sono la nostra vita, no! La colpa è nostra, che accettiamo questo sistema, lo osanniamo e lo amiamo. Il merito è del conoscere il conoscente. Non del fare bene. Quindi siamo prostituti di un sistema dannato r dannoso. Siamo il suo mangime e il suo respiro. Ecco.   

icarus

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foto del friggitore

Look who makes their own bed
Lies right down within it
And what will you have left?

Icarus – Bastille

 

non sto più usando facebook. un fioretto di quaresima. una disintossicazione. un modo per rientrare in contatto con me stesso. e un po’ funziona. questo il mio modo per comunicarlo a chi mi cerca là sopra. se mi cercate scrivetemi una mail. ma lasciatemi in questo esilio.

quella che state facendo non è street photography

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credo sia giunto il momento di togliersi le maschere. di smettere di continuare a produrre mediocrità. quella che state facendo non è street photography. quello che state facendo è una via di mezzo tra la ricerca spasmodica di successo. di 15 minuti di notorietà. il problema grosso è che ai tempi di Wahrol 15 minuti valevano 15 minuti. oggi no. 15 minuti valgono come 5 anni. e durano 5 secondi. ma pesano. se già la fotografia è in crisi per molti fattori. le state dando il colpo di grazie. un tempo si era in pochi a fare street photography. quasi ci si conosceva. quanto meno ci si riconosceva in strada. ora siete tantissimi. prendo le distanze. ho smesso. il problema non è vostro. è di chi vi sta dicendo che si fa così. smettetela. la SP non si impara dai libri. da quelli si vede altri approcci. ma bisogna costruire il proprio. coltivarlo. vedere se funziona. e andare avanti. SP serve a staccare la testa ed allenare il cuore. togliamoci le maschere e dichiariamo che stiamo markettando. punto.

Sleeklens – Through The Woods review

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Ho provato questo magnifico prodotto. si tratta di un kit di preset per lightroom, che velocizzano il lavoro di post produzione.

Prodotto da Sleeklens, lo si può acquistare da qui: https://sleeklens.com/product/landscape-lightroom-presets

Si tratta di un kit contente 50 preset, 30 brushes e i vari manuali per installazione e uso.

La foto qui sopra è stata postprodotta con uno dei preset. ho anche fatto il video! andatevelo a vedere qui!!

chinatown. capodanno

Chinatown, milano. Febbraio 2014. esterno giorno.

Il capodanno cinese è una figata pazzesca. ha quel sapore hollywoodiano da noir e poliziesco.

Arrivo in Paolo Sarpi appena prima dell’inizio della parata. mi faccio strada tra i fotografanti e gli spettatori. nella testa un solo pensiero: in mezzo alla scena. non a lato, non timido. dentro. se vuoi qualcosa vai in fondo. più giù. così faccio arrivo nel mezzo. mi prendo in testa uno striscione che scopro, mio malgrado, non essere di carta. si va avanti. mi trovo nel vivo di tutto. portato in giro dalla parata. mi sento parte del tutto. non so perché, né cosa ne farò delle fotografie. le volevo scattare. è passato un anno da quel giorno. il 14 febbraio 2016 si replica. a chinatown ci saranno ancora le sfilate, i dragoni e i tamburi.

Dove sta andando la fotografia.

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foto del friggitore

Se un tempo, prima di poter vedere il risultato dello scatto, si doveva aspettare il tempo di sviluppo, oggi abbiamo la possibilità di vedere la nostra fotografia l’esatto isante successivo allo scatto.

Zygmunt Bauman (in un’intervista al El Pais): “La questione dell’identità è stata trasformata in qualcosa a cui è stato dato un compito: è necessario creare la tua comunità. Ma non si crea una comunità, o ce l’hai o no; ciò che i social network possono creare è un sostituto. La differenza tra la comunità e la rete è che si appartiene alla comunità, ma la rete appartiene a voi. È possibile aggiungere amici e eliminarli, è possibile controllare le persone con cui siamo legati. La gente si sente un po’ meglio, perché la solitudine è la grande minaccia in questi tempi di individualizzazione.”

Di pari passo il discorso della fotografia, ci stiamo sommergendo di immagini e di fotografie scattate ad ogni istante della nostra vita, per poi condividerle immediatamente, come se la nostra identità non esistesse se non ci fosse quella fotografia, ma lasciando da parte il valore di quella immagine, una sorta di cartellino timbrato dalla colazione alla cena, dall’alzata alla nanna.

Ogni foto serve a documentare la presenza nel qui ed ora, alla ricerca spasmodica e innaturale del vano e superficiale apprezzamento di qualche elemento della cerchia del social network su cui pubblico. La tendenza a pubblicare ogni istante nella speranza di raggiungere la fama: più persone seguono i miei attimi più acquisto notorietà.

Nell’evoluzione della ricerca di fama entrano in campo i selfie, atti autocelebrativi del proprio ego, diversi dagli autoritratti, visti e studiati negli ambiti fotografici, qui viene modificato il gesto: l’atto è diverso, diventa la prova dell’esistenza, subito condivisa e passata.

Se prima la fotografia rimaneva a documentare il tempo ai posteri, ora diviene istantanea a documentazione per i prossimi minuti, dimenticata nei tempi più lunghi. Ma se davvero non è cambiata la sua natura originale, nei decenni a venire avremo immense moli di immagini inutili e di difficile interpretazione.  “Senza neanche rendercene conto, stiamo gettando tutti i nostri dati in quello che rischia di diventare un buco nero dell’informazione […] Nel nostro zelo, presi dall’entusiasmo per la digitalizzazione, convertiamo in digitale le nostre fotografie pensando che così le faremo durare più a lungo, ma in realtà potrebbe venir fuori che ci sbagliavamo. Il mio consiglio è: se ci sono foto a cui davvero tenete, createne delle copie fisiche. Stampatele” (Vint Cerf, numero 2 di Google).

 

Vivian Maier la folle. 

 

la mia immagine riflessa nella foto con l’immagine riflessa della fotografa

 

Sono andato a vederla. La mostra a forma meravigli. Sono stato combattuto sull’andare o no fino alla fine. Sono anche stato odiato. Era scritto che se prendevi il biglietto in prevendita saltavi la fila – che poi è logico, perché dovrei fare la fila in biglietteria se il biglietto già ce l’ho? – alcuni hanno protestato. Rancorosi nell’anima.

Ogni foto che guardavo ripetevo ossessivamente la stessa domanda: mostrami la tua personalità! – non era una domanda era perentoria, a volte diventavo aggressivo MOSTRAMI LA TUA PAZZIA! Mi sono trovato ad urlare, proprio come diceva ER (Efrem Raimondi, nda), dentro di me. però io la cercavo. quella follia la volevo. E alla fine l’ho avuta.

Ma perchè la cercavo così tanto? perchè sapevo che c’era. e anche perchè, più proseguo su questo studio più me ne convinco, che tu nelle tue foto ci metti la tua personalità, e se c’è un disturbo allora ci sarà anche quello. io cercavo proprio quello. volevo dargli un nome. guardavo le foto e glielo domandavo: dimmi la tua patologia qual è!

Ho fatto un giro. ho guardato e osservato gli altri visitatori. ne ho ascoltato i commenti. alcuni erano tipo BELLA o guarda questa foto, con trasporto entusiastico. un commento mi ha fatto pensare: “… il pomo della discordia delle sue fotografie è: come abbia fatto a scattarle.” ecco, in molti c’è questo pensiero che se i rulli della Maier sono stati trovati in baule mai sviluppati, allora anche lei sarà stata chiusa dentro un baule, lontano da ogni influsso esterno, estratta all’occorrenza per fare foto e riposta. e qui mi è venuto in mente quel passaggio de “Il fu Mattia Pascal” dove dice – così a memoria, senza cercare su google-

“si immagini signor Meis,se nella tragedia di Oreste si facesse uno squarcio nel cielo di carta del teatrino delle marionette, proprio sul punto in cui l’Oreste sta per vendicare la morte del padre sopra Egisto e sopra la Madre, e da quello squarcio entrassero tutti gli influssi del mondo circostante, ecco l’Oreste diventerebbe un Amleto. è tutta qui la differenza tra la tragedia antica e quella moderna.”

E così non credo sia stata per la nostra fotografa ritrovata. lei quel tempo lo viveva e le immagini le vedeva. e le produceva. e noi produciamo cose che abbiamo visto e sentito. è così. punto. riportiamo in noi il nostro vivere sociale.

Ma alla fine io l’ho vista la sua malattia. l’ho vista nei suoi autoritratti. nell’invidia verso le donne della società bene. nel disprezzo verso i bambini. e no non so quale sia il nome. ma lo cercherò ancora. e alla fine verrà fuori tutto. perchè alla fine a ma cara Maier non mi ha convinto. ci sono ancora cose che vanno chiarite. e no, per me, non sei sto fenomeno, ma vai studiato.